Nepal: il riscaldamento globale diventa tragedia
Franco Tallarita / 1 settembre 2026

Nepal: il riscaldamento globale diventa tragedia

La rock ice avalanche effetto diretto del cambiamento climatico

Roma, 1 settembre 2026 - Sono le otto del mattino del 26 agosto 2026: un'enorme massa di ghiaccio e roccia si stacca da un ghiacciaio d'alta quota sospeso sopra la valle di Rasuwa, distretto del Nepal settentrionale al confine con il Tibet, ad un'altitudine di poco sopra i 5 mila metri.

Il blocco, largo oltre 600 metri e spesso circa 50, corrisponde a circa 10 milioni di metri cubi di ghiaccio. Precipitando per oltre un chilometro di dislivello, la massa si polverizza nell'impatto, trasformandosi in una valanga di roccia e ghiaccio, che si è riversa nel fiume Lhende Khola, affluente del Bhote Koshi.

Immediatamente si genera un'ondata di fango, detriti e acqua che percorre decine di chilometri di valli, con onde tra i 5 e gli 8 metri, travolgendo villaggi, strade, ponti e infrastrutture lungo il corridoio tra Nepal e Tibet, incluso il valico di Gyirong Port, uno dei principali punti di transito tra i due Paesi.

Oltre alla popolazione vengono coinvolti centinaia di stranieri e di pellegrini himalayani, poiché la  zona colpita è una delle mete più frequentate da escursionisti di ogni parte del mondo.

Il bilancio, ancora provvisorio e che si aggrava di ora in ora, è di oltre 1.000 morti, più di 2.300 feriti e 4.500 dispersi. Le operazioni di soccorso sono condotte con difficoltà considerata l'impraticabilità delle strade distrutte, soprattutto per mezzo di elicotteri.

Inoltre la situazione rimane molto pericolosa e precaria: la frana ha infatti creato un lago temporaneo, trattenuto da uno sbarramento naturale di detriti che è a rischio di improvviso cedimento, che causerebbe inevitabilmente un ulkeriore fronte d'emergenza a valle.

Le cause: il pianeta si scalda e la montagna perde il suo collante

Gli esperti dell'Istituto geologico statunitense (USGS) e dell'ICIMOD di Kathmandu concordano sulla probabilità che una scossa sismica di modesta entità avvenuta sul lato tibetano abbia provocato il collasso di un ghiacciaio. 

Ma, al di là della meccanica con cui si è sviluppata la frana, appare innegabile che la causa primaria del disastro è riconducibile a un fenomeno più ampio: il riscaldamento globale e i suoi effetti sulla catena himalayana.

I ghiacciai della regione Hindu Kush-Himalaya hanno perso, tra il 1990 e il 2020, circa il 12% della loro superficie, con un ritmo di perdita di massa che dopo il 2000 è raddoppiato rispetto ai decenni precedenti. Non è solo il ghiaccio superficiale a sciogliersi: l'innalzamento delle temperature sta intaccando anche il permafrost, lo strato di roccia e terreno perennemente ghiacciato che agisce come una sorta di collante naturale dei versanti d'alta quota. Quando questo ghiaccio profondo fonde, la roccia perde coesione, si satura d'acqua e diventa instabile, aumentando drasticamente il rischio di frane, valanghe e crolli glaciali come quello che ha colpito Rasuwa.Prudentemente gli esperti speigano che occoreranno ancora analisi approfondite per collegare con certezza questo evento al cambiamento climatico. In effetti un rischio più alto non equivale a una prova diretta. Ma il quadro generale, documentato da anni nei rapporti dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), è ormai chiaro: l'instabilità crescente delle alte quote è una delle conseguenze più tangibili del riscaldamento globale, e non riguarda solo l'Himalaya: fenomeni simili, seppure di dimensioni minori, si sono già verificati sulle Alpi, dalla Marmolada nel 2022 a episodi più recenti in Svizzera e nel nord Italia. 

Parigi 2015: l'accordo che doveva cambiare rotta

Di fronte alle prime certezze sul cambiamento climatico, la comunità internazionale aveva provato a darsi una risposta comune con l’Accordo di Parigi, firmato nel dicembre 2015 nell'ambito della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP21) e sottoscritto da quasi 200 paesi.
L'accordo fissava un obiettivo preciso: contenere l'aumento della temperatura media globale al di sotto di 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, proseguendo gli sforzi per limitarlo a 1,5°C, soglia considerata cruciale per evitare gli impatti più gravi della crisi climatica, incluso lo scioglimento accelerato dei ghiacciai. Il trattato prevedeva inoltre impegni nazionali di riduzione delle emissioni, Nationally Determined Contributions, NDC, revisionati periodicamente al rialzo, un sistema di monitoraggio trasparente e un fondo per aiutare i paesi più vulnerabili ad adattarsi agli effetti già in corso.

Dalla COP21 al negazionismo climatico

Negli anni successivi alla firma, tuttavia, il percorso tracciato a Parigi ha subito un netto rallentamento e, in alcuni casi, una vera e propria inversione. Le ragioni di questo cambiamento sono oggetto di un acceso dibattito politico, con posizioni diverse a seconda degli osservatori.

Da un lato, ambientalisti e buona parte della comunità scientifica attribuiscono responsabilità dirette al presidente degli USA Donald Trump, che negli Stati Uniti ha avviato per due volte l'uscita del Paese dall'Accordo di Parigi: la prima nel 2017, la seconda confermata nel suo secondo mandato, smantellando contestualmente diverse normative ambientali interne e rilanciando l'estrazione di combustibili fossili.

A questo si affiancano, sempre secondo le opinioni degli ambientalisti, le scelte di altri governi di orientamento conservatore o di destra in Europa e altrove, che negli ultimi anni hanno rallentato o ridimensionato le politiche di transizione energetica, spesso in nome della competitività industriale, del costo dell'energia o della tutela di settori economici legati ai combustibili fossili.

Sul versante opposto, le recenti scelte politiche vengono motivate con diverse argomentazioni: la preoccupazione per l'impatto economico e occupazionale di una transizione troppo rapida, la difesa della sovranità energetica nazionale, il timore di svantaggi competitivi rispetto a paesi che non applicano vincoli analoghi, quali ad esempio la Cina e l’India, che tra i maggiori emettitori globali. Non manca, infine, un dichiarato scetticismo o negazionismo climatico, cioè il rifiuto, contro il consenso scientifico prevalente, dell'origine antropica del riscaldamento globale o della sua gravità.

Resta il fatto che la comunità scientifica internazionale, attraverso l'IPCC e centri di ricerca come l'ICIMOD, continua a documentare con dati sempre più solidi l'accelerazione dello scioglimento dei ghiacciai himalayani e i rischi crescenti per le popolazioni che vivono a valle. Il disastro in Nepal è un ulteriore segnale di un fenomeno globale, mentre il dibattito su come e quanto rapidamente affrontarlo resta ondivago e in balia delle tendenze politiche.

Franco Tallarita

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